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OTTO DOMANDE A RICHARD ANTINUCCI

IL VENTOTTENNE PILOTA ROMANO RACCONTA LE SUE SENSAZIONI A POCHI GIORNI DAL DEBUTTO NEL CAMPIONATO INDYCAR SULLA STORICA PISTA DI WATKINS GLEN.

Lunedì, 29 giugno 2009

San Diego (USA) — Per Richard Antinucci un sogno professionale diventerà realtà il prossimo 5 luglio, quando sarà al via del "Camping World at The Glen Indy Grand Prix" sulla Dallara-Honda N. 98 schierata da Curb/Agajanian/Team 3G, appena alla sua terza stagione di gare americane. Antinucci, che ha trascorso i suoi anni di formazione correndo sulle piste di Europa e Giappone, si è adattato bene alle monoposto a stelle e strisce dal momento del suo debutto, avvenuto nel 2007 nella categoria Indy Lights. Aver concluso da vice-campione il 2008 non gli ha assicurato subito un contratto per la massima serie. E il pilota romano (attualmente residente a San Diego) era stato a caccia di un sedile a partire dalla gara che ha chiuso la sua passata stagione Indy Lights: Chicagoland.

Quanto è stato difficile stare otto mesi lontano dalle gare?
“Quando devi stare fermo senza un volante, ti dai da fare per fare in modo che venga il tuo turno. Ho avuto una serie infinita di colloqui durante la pausa invernale, principalmente riguardanti programmi Indy Lights. Invece durante il fine settimana della 500 miglia di Indianapolis ho parlato con Greg Beck e Steve Sudler e la cosa ha cominciato a prendere forma. Il Team 3G è una squadra IndyCar giovane, ma è per prima cosa e prima di tutto un team IndyCar, non Indy Lights, e quando l'economia si regge in piedi a stento si capisce alla svelta il fatto che quelli che possono meglio reggere la burrasca sono quelli coinvolti al livello top. Questo team può essere nuovo, ma le persone chiave al suo interno sono in giro da un pezzo e c'è un bel po' di adrenalina dentro la loro officina. È motivante per me essere in grado di unirmi a loro ed avere una chance di fare qualcosa di speciale per questa gente”.

Si può dire di Richard Antinucci che sia il Giuseppe Rossi dell'automobilismo?
“C'è qualche analogia. Per entrambi la vita personale e professionale si è svolta da un lato e dall'altro dell'Atlantico tra Europa ed America, ma non si può spingere troppo oltre. Da un certo punto di vista anzi abbiamo fatto il percorso inverso. Rossi dal soccer è passato al calcio europeo ed alla maglia azzurra. Io ho fatto la carriera del kart in Italia, che è la miglior scuola al mondo, poi ho corso in auto principalmente in Europa ma di rado in Italia e solo da poco mi sono dedicato alle gare americane. Tutti e due comunque ci siamo tolti di recente delle soddisfazioni, lui con Villareal ed Italia, io nella Indy Lights e speriamo presto anche nella IndyCar”.

A ventotto anni, ha mai pensato che le opportunità di correre in monoposto stava facendosi meno concrete?
A ventotto anni si potrebbe essere troppo vecchi per entrare in Formula 1, si è dei mocciosi in NASCAR, e di sicuro non si è troppo vecchi come rookie IndyCar. Quando ero senza una guida e dovevo starmene in panchina cercavo di mettere nella giusta prospettiva la situazione e, devo dire, si può davvero riuscire a capire quanto velocemente le cose possano cambiare. Quest'inverno la Honda F1 è stata sull'orlo della liquidazione e poi, in quindici giorni, sono diventati la Brawn GP ed il loro pilota ha cominciato ad ammucchiare vittorie ed ora comanda il campionato con anni luce di vantaggio. Se si è abbastanza motivati si può evitare di prenderla sul personale quando gli accordi non vanno a buon fine, ma allo stesso tempo non accettare no come risposta e passare sempre alla trattativa seguente.
Data la situazione attuale dell'economia e l'impatto che ha avuto sulle corse mi sono trovato a domandarmi se dovevo lasciar perdere le formule per costruirmi una carriera solida altrove. Mi sono chiesto se in altre categorie potevo trovare migliori opportunità di guidare altri tipi di auto. Ma ad essere sinceri durante l'inverno sono andato a fare un giro nei paddock di Daytona e Sebring (dato che mi piacerebbe molto correre di tanto in tanto con sport o GT) ed ho capito che c'erano ancora meno spazi in ALMS e GrandAm, il che dice molto su quanto la IndyCar si sia rafforzata dopo l'unificazione, perfino in tempi di economia difficile come questi. Perciò sapevo di dover essere paziente e di prendermi il tempo necessario”.

Il risultato della passata stagione Indy Lights in qualche modo è ancora un peso?
“Al contrario, dovrei ricordarmi di ringraziare(il pilota brasiliano) Rafa Matos… perchè i buoni risultati che ha ottenuto da quando corre col team di Jay Penske e Steve Luczo hanno aperto gli occhi a molti anche sulle mie qualità, e questo è stato di aiuto. Alla fine della fiera all'ultima gara della stagione siamo arrivati a pari punti”.

Come si sta delineando il rapporto col nuovo team?
“Punto a fare del mio meglio per spingere una squadra giovane nel mezzo della mischia del campionato IndyCar. Non posso avere atteggiamenti da messia che vuole portare il Team 3G nella terra promessa, non fa proprio per me. Tutto quello che voglio fare adesso è dedicarmi a quello che noi piloti dobbiamo fare al meglio: correre uno contro l'altro col materiale che abbiamo a disposizione, e non con quello che ipoteteticmente potremmo avere o aver avuto.
Il Team 3G al momento non è lassù in cima coi Penske o i Ganassi. Dobbiamo lavorar duro per migliorare, dovremo essere pazienti, non scoraggiarci se il vento non soffia dalla nostra parte. Non mi sono prefissato obiettivi, ma dirò solo che alla fine del weekend al Glen la mia speranza è che ci si possa voltare indietro e dire che abbiamo fatto tutto il nostro meglio. Se quando ripartiremo avremo la sensazione di aver fatto un bel lavoro, prenderemo i risultati per quello che saranno, e sperando di avere altre chance per andare verso l'alto”.

Per un pilota che esce da una stagione con il team più vincente della Indy Lights, entrare nel team meno blasonato della IndyCar non è un tantino deludente?
"Per quanto riguarda considerarla come una seconda scelta... questo per me non ` rilevante, non ci ho mai pensato in questo modo, non lo farei mai. Non ha importanza. Conosco Greg, Steve, Owen (Snyder, il capomacchina), hanno pensato a me come ad un pilota che poteva dare un contributo, come hanno fatto scegliendo Jaques Lazier per le gare su pista ovale. Mi sento davvero fortunato di essere uno di quelli che avranno la propria chance”.

Il debutto nella IndyCar avrà luogo a Watkins Glen, la pista stradale dove un tempo correva la Formula 1 e che lei annovera tra le sue preferite. A che cosa punta su questo circuito?
“Beh, l'ultima volta che ci ho corso ho vinto, ma anche se sono uno che ha molta fiducia nei propri mezzi immagino sia difficile per me restare imbattuto là… Certo, non ho fatto miliardi di chilometri di test, ma il team mi ha permesso di farci 65 giri a metà giugno, il che fortunatamente ci ha dato un po' di tempo per valutare le cose e vedere dove potevamo fare qualche miglioramento immediato. Mi hanno dato una vettura con cui mi sono trovato a mio agio, e questo ha contribuito molto. Sono stato là due volte in due stagioni con la Indy Lights car ed ho anche preso parte ad una gara Grand-Am di 6 Ore. È un tracciato lungo, ondulato e con molti cambi di elevazione. Essendo molto veloce, devi essere a posto con l'aerodinamica. È anche una situazione dove senti i carichi ad alta velocità ed i G, e fortunamente mi sono accorto nel nostro test che sono abbastanza preparato fisicamente da gestire questa cosa”.

La presenza al Glen è stata per il momento definita una singola uscita. Che sviluppi potrà avere?
“Vedremo quale sarà il risultato al Glen e partiremo da quello. Ho già guidato una Formula 1, sebbene soltanto in un test, adesso salirò su una IndyCar: questo è più di quanto la maggior parte della gente osi sognare. Ma essendo un tifoso dei Lakers da sempre posso aggiungere che a Los Angeles non appendono gli stendardi al soffitto dello Staples Center solo per il fatto di giocare nell'NBA. Li appendono per i titoli vinti. Il mio scopo è di entrare a tempo pieno nella IndyCar e sperabilmente di riuscire a farlo col Team 3G”.

 
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